Il ripieno deve essere abbondante altrimenti non arrivi a sentire il sapore, senti solo il riso
Moderatori: Sandra, Clara, TeresaV, anavlis, Patriziaf
da rosanna »
da misskelly »
da ugo »
da ugo »
misskelly ha scritto:Bello Ugo...è piaciuto ai tuoi ospiti?
da Clara »
E che bello rivedere tue preparazioni
da anavlis »
da Donna »
da Rossella »
Donna ha scritto:´Questo di riso lo faccio per i bambini per la festa di Sabato visto che per gli adulti faremo gli anelli di riso alle verdure con salsa al parmigiano.
Grazie ragazze siete una fonte inesauribile di ricette "sicure" o "azzeccate" come si dice al mio Paesello!


da Luciana_D »
da Donna »

da rosanna »

da misskelly »
misskelly ha scritto:.....Ecco il mio sartù........o meglio ........"timballo di riso".... ;-))
500 gr di riso "arborio" lessato al dente, sugo con basilico, pisellini, 1 scamorza, grana grattugiato. Ho alternato gli strati e messo in forno per 30/40 m. prima a 220° poi quando sulla superficie si è formata una bella crosticina dorata ho ridotto a 180°.
Rimetto le foto le precedenti si sono perse![]()
da anavlis »

da miao »
anavlis ha scritto:Rossella, Ugo, complimenti per i vostri "sur tout"![]()
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Ho fatto qualche ricerca, mi incuriosiva conoscere l'origine del nome, ed ho trovato questo:
"Nel 700,erano loro, i cuochi francesi, a regnare su Napoli. I nobili,che vivevano nei palazzi del Centro Storico e di Monte di Dio, nella adiacenze di Palazzo Reale, in quel periodo per apparire chic, parlavano francese, e nella stessa lingua mangiavano. I loro cuochi (sia quelli autenticamente francesi, sia quelli napoletani, che si erano comunque impratichiti nella cucina d’Oltralpe) erano chiamati, in un francese napoletanizzato, “Monsù” (da “Monsieur”.)Questi poveri cuochi dovevano scontrarsi quotidianamente con l’idiosincrasia dei loro padroni …nei confronti del riso, che invece in Francia andava alla grande. Un’avversione (ma forse si potrebbe definire meglio un non-amore: un’indifferenza) che andava avanti da secoli.Cosa pensarono allora di fare, i Monsù?Si mobilitarono per nobilitare il riso. Per renderlo più gradevole ai palati partenopei.Per cominciare, ci misero dentro della salsa “c’a pummarola”: il pomodoro, a quei tempi, a Napoliera già una sorta di passepartout, un viatico. Questo però non poteva bastare: anche se rosso, il riso restava uno sciacquapanza. I Monsù decisero perciò di arricchirlo con melanzane fritte, polpettine e piselli. Tutte queste prelibatezze le piazzarono sopra il riso, a guarnizione: come specchietto per le allodole.In cima a tutto: in francese, “sur-tout”.Da “sur-tout” a “sartù” non c’è che lo spazio di un sospiro, e il tempo necessario ad emetterlo. Poi la bocca sarà occupata in (sar)tutt’altro .I loro padroni, i nobili napoletani,fecero da cavie a questo “nuovo” piatto. E mostrarono di gradire il sartù quanto avevano disdegnato il riso: vale a dire, moltissimo. Un po’ per volta il sartù, pur rimanendo sulle tavole dei ricchi, passò pure su quelle dei poveri. Diventando, come molti cibi, a Napoli e altrove, una splendida metafora dell’egualitarismo. A conferma che la legge (della buona cucina) è uguale per tutti."

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Nelle prime forme di vita urbana dell’Homo sapiens, così come nei laboratori degli scienziati del XXI secolo, passando per le vivaci città rinascimentali, le nuove idee nascono sempre attraverso lo scambio di informazioni e il confronto fra individui.
È proprio questa circolazione “liquida” di conoscenza che permette di esplorare nuovi orizzonti e di creare innovazione. Quando si condivide una comune cultura civica con migliaia di altre persone, le buone idee tendono a riversarsi da una mente all'altra, ecco che si verifica Uno scambio di buone idee!
Steven Johnson - uno scambio di buone idee
