Il carciofo violetto di Perinaldo

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Re: Il carciofo violetto di Perinaldo

Messaggioda misskelly » 28 apr 2011, 19:17

ettore ha scritto:Non preoccuparti; soprattutto se sono buoni, puoi chiamarli "carciofo Clara" così passi alla storia !
ciao


:lol: :lol: :lol: Bravo Ettore.......come sempre..... :clap: :clap: :clap:
Ma dimmi ...cosa rappresenta il mantello che indossi nell'avatar? ...sono curiosa..... :|?
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Re: Il carciofo violetto di Perinaldo

Messaggioda anavlis » 28 apr 2011, 19:23

misskelly ha scritto: ...cosa rappresenta il mantello che indossi nell'avatar? ...sono curiosa..... :|?


emmò rispondi! :lol: :lol: :lol: :lol: :lol:
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Re: Il carciofo violetto di Perinaldo

Messaggioda Clara » 28 apr 2011, 21:00

ettore ha scritto:cara Clara, i tuoi sono certamente nel novero del centinaio di cultivar. E' improbabile che siano ibridi perchè non si propagano per semi (se non in natura) ma sempre per carducci di diradamento.
Non preoccuparti; soprattutto se sono buoni, puoi chiamarli "carciofo Clara" così passi alla storia !
ciao


Grazie della precisazione e del suggerimento Ettore :D , ma semmai lo chiamerò "carciofo Silvano" !
E' lui l'artefice di tutto quanto mi arriva dall'orto :lol:
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Re: Il carciofo violetto di Perinaldo

Messaggioda misskelly » 28 apr 2011, 22:24

misskelly ha scritto: :lol: :lol: :lol: Bravo Ettore.......
Ma dimmi ...cosa rappresenta il mantello che indossi nell'avatar? ...sono curiosa..... :|?


.....chiedo questo perchè mi sembra un capo particolare... in un paese chiamato Agnone nell'alto Molise in prov di Isernia c'è una manifestazione che assegna "il mantello" ai nativi molisani che rivestono incarichi importanti nel mondo o che si sono particolarmente distinti nei vari campi...spettacolo, economia, cultura....ed è un elemento di prestigio.......



http://www.prolocoagnone.com/premio_nazionale_mantello.htm



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Re: Il carciofo violetto di Perinaldo

Messaggioda ettore » 2 mag 2011, 8:22

[quote="misskelly]...cosa rappresenta il mantello che indossi nell'avatar? ...sono curiosa..... [/quote]
Cara misskelly, è una storia vecchia.
In casa mia, di origine romagnola, nonostante i miei sono migrati nel pesarese, nelle Marche - tant’è che io mi ritengo marchignolo - da sempre, la portava mio nonno e la mantella, almeno in me, è rimasta come inprinting di famiglia. Alla sua morte, la sua mantella rimase ai tarli e, molti anni dopo, ho recuperato solo gli alamari di fermaglio (la catenella e le due semiconchiglie d’argento che si vedono nell’avatar) con i quali si chiude e si fissa il collo.
Era un indumento comune, portato da tutti gli uomini ma andò in disuso nel ventennio poi abbandonato da tutti (tranne mio nonno fino alla sua morte) negli anni ’50.
Come sai, sotto il fascismo, il mantello era considerato un elemento d’ispirazione anarchica tanto che, soprattutto in città, era praticamente proibito portarlo.
Il mio nonno era un romagnolo “fumino”, di quelli che non si faceva mettere i piedi sulla pancia; più che anarchico fu un socialista d’antan, del primo ’900, quando anteguerra dato che aveva fatto la terza elementare – cosa rarissima nella cultura rurale – fu sindaco a Gradara.
C’è chi la chiama “tabarro”, ma dimenticavo, da noi il “mantello” è femminile: è la mantella.
Aveva il grande vantaggio di essere comoda, proteggeva dal freddo e dalla pioggia, era l’ideale sia quando ci si muoveva in sella a cavallo o quando copriva le gambe guidando il calesse ma, soprattutto, specialmente quando si girava di sera o di notte, consentiva di tenere sotto la mantella, appesa alla spalla destra, la doppietta (la s’sciòpa) con le canne rivolte a terra ma subito “in tiro” con due sempli gesti: spostare la mantella con le stesse canne, puntarle in avanti ed aver la mano sul grilletto per ogni bisogna.
Ha sempre avuto in me un grande fascino sia come tale sia nel ricordo del nonno che neanche del diavolo aveva paura e sapeva farsi rispettare quando, in quegli anni, da noi c’era aria di far west.
Diec’anni dalla sua morte ho potuto farmene una (quella che vedi) quando ho trovato nel Montefeltro un vecchio sarto, in pensione, che aveva ancora il “cartamodello” di una mantella. Prima di morire a metà degli anni ’80, ne ha fatte alcune “gemelle”: una per Federico Fellini, una seconda per Tonino Guerra (che è di lì), la terza è la mia alla quale ne seguirono una quarta, voluta da Robert de Niro, e la quinta ordinata da un mio amico medico, di Rimini, che vista la mia si preciptò dal sarto ma se la fece confezionare “da notaio”, quella con la “pellegrina”, il secondo cerchio di stoffa sopra-mantellina il cui giro arriva al gomito.
Per completare l’abbigliamento ho acquistato il cappello che vedi (el caplàz).
Capisci che, comoda per andare a cavallo, abbastanza pratica in bicicletta (vedi don Camillo e Peppone in qualche film o i soldati della 1^ guerra mondiale), diventa ingestibile per andare in macchina. La mia nasce da una pezza di lana lunga 7 metri e mezzo. Prova a metterti al volante e non sai dove ammucchiarla per avere le mani e le gambe libere. D’inverno, specialmente nelle sere con un po’ di nebbia (che da noi non manca quasi mai), giro per Pesaro nell’ora dello struscio e pur sententomi guardato come un marziano, un po’ scemo e un po’ carnevale, con noncuranza passo fra quelli che amano le griffes.
Ma come è chiaro, non mi interessa. Mi piace rivivere una certa atmosfera che fa parte di me.
La mia è una via di mezzo fra i due modelli: quello classico lungo quasi fino ai piedi e quella più pratica per andare a cavallo o in bicicletta, un po’ più corta. La mia arriva fino al polpaccio.
E’ un abito antico: e’ una variante dalla toga dei Romani della quale ne ho viste due, una a Tripoli ed una a Cirene. Entrambi di lana bianca, completi di cappuccio (quello che da noi si è trasformato nella pellegrina) erano indossate da due anziani libici alla cui vista, fra i ruderi di Cirene, mi è sembrato trovarmi indietro di 2000 anni. Ho una foto di quello a Tripoli.
In Libia, ma credo un po’ nell’Africa del nord è un elemento ancora tipico dell’abbigliamento maschile; per intenderci è quello che indossa Gheddafi e che in Libia si chiama burnus. In Algeria, similmente, è chiamato abernus, o bernus, dal latino byrrus, mentre in Marocco, e altre regioni, nei vari dialetti, è noto come aselham, azennar, akhnif, akhidus e altri. Oltre a “mantella”, mantello, tabarro ecc. in alcune regioni d’Italia è detta sberna, sbernia, bernusse, ecc.
Una variante moderna è il kalasiris altrimenti noto come frock-coat (traducibile cappotto-tonaca, per via della chiusura “a bottoni”, doppio petto e strettura di vita) E’ di lunghezza media che arrivava al ginocchio ma non ha origini antiche tanto d’essere stato “inventato” nei primi anni del ’800 e utilizzato più che altro in ambito militare. Ha un colletto stile prussiano, ampie maniche ed un’apertura centrale.
Un po' di notizie sono mie, un po' le ho raccattate qua e la.
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Re: Il carciofo violetto di Perinaldo

Messaggioda misskelly » 2 mag 2011, 13:27

...Grazie Ettore.....per la spiegazione....Molto bello il tuo resoconto e molto ben descritto.... :wink:
Non volevo essere invadente o impicciona ma avevo capito che era una cosa particolare.....pensavo all'appartenenza ad una associazione o corporazione o qualcosa di simile per cui il mantello era il caratteristico simbolo....... : Thumbup :
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Re: Il carciofo violetto di Perinaldo

Messaggioda anavlis » 2 mag 2011, 19:13

Giovanna, anni fa chiesi ad Ettore la stessa cosa e lui è stato contento di raccontarne la storia, come adesso a fatto con te :D
Come so per certo che non ha letto la tua risposta perchè non ha svirgolettato per essere avvisato via e-mail se qualcuno risponde ;-)) E' fatto così :roll:
Spesso faccio io il lavoro di avvertirlo :thud:
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Re: Il carciofo violetto di Perinaldo

Messaggioda misskelly » 2 mag 2011, 20:28

:lol: :lol: :lol: Silvana..... *smk*
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